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ALOHA
KING
di
Gianluca Sirri
Tratto da MUZ n. 6
(giugno 2006), per gentile concessione dell'autore
Il
palco dell’Honolulu International Center Arena è buio mentre l’orchestra
di Joe Guercio suona Also Sprach Zarathustra di Strauss. Poi i
fiati partono a mille, le luci svelano il palco e migliaia di persone si
lasciano andare sfogando le tensioni dell’attesa . Grida e applausi.
Perché tra musicisti, specchi e animazioni sta entrando in scena il più
grande, il Re. Elvis. Cammina lentamente verso il pubblico, e con un
sorriso quasi imbarazzato perlustra tutta la sala come se volesse
riempirsi gli occhi di tutti quei volti in totale adorazione. E come se
volesse ringraziarli tutti. È completamente vestito di bianco. Un altro
costume realizzato per lui da Bill Belew, suo stilista personale che lo
veste dai tempi del "'68 COMEBACK SPECIAL". Ma questo è un abito
speciale, è l’Aloha Eagle, concepito da Elvis perché rappresenti
l’America con tutte quelle aquile composte da gemme rosse, oro e blu.
Tra due giorni l’Aloha
Eagle entrerà nella leggenda.
Il fido Charlie Hodge
lo attende con la chitarra nera. Elvis la indossa e con le dita
rivestite di gioielli agguanta il microfono, si mette in una delle sue
classiche pose e si abbandona alla sua splendida versione di See See
Rider. Ma la chitarra la suona appena. Non è più come all’inizio,
ora è più che altro un simbolo. La usa per dirigere platealmente la sua
band nella chiusura del pezzo.
E mentre sull’ultimo
accordo stringe il manico che porta il suo nome sembra che stia dicendo:
IO SONO IL ROCK ‘N’ ROLL.
La chitarra gli rimane al collo per tutta la durata di Burning Love,
successo dell’estate precedente, forse l’ultimo vero successo. Anche qui
la agita per chiudere il pezzo e poi la lancia a Charlie per non
riprenderla più in mano in tutto lo show. Con Something e You
Gave Me A Mountain, brani lenti e romantici è l’Elvis meno rock,
quello che sta soffrendo per la separazione da Priscilla e che trova
sfogo portando sul palco il suo lato più struggente. Comincia a
dedicarsi al suo pubblico, passeggiando lentamente davanti alle prime
file, dispensando baci sorrisi e strette di mano e facendosi mettere al
collo corone di fiori. È un Elvis che non si abbandona ai suoi soliti
monologhi tra un pezzo e l’altro. Non va al di là di un grazie. È
concentrato. Questa serata è la prova generale per il grande evento.
E lui sembra che stia
dicendo: IO SONO L’EVENTO.
Elvis non parla molto
e non si muove neppure tanto. Neanche quando tocca alla Steamroller
Blues di James Taylor. Tanto meno quando arriva uno dei brani che
predilige. Ora che canta My Way lo si può osservare bene. Con
quel costume esagerato, che solo lui potrebbe portare. Ora che è il Re e
non il timido ragazzetto che circa vent’anni fa si vestiva come un
negro. Quel ragazzetto di Memphis (e prima di Tupelo) che aveva dato uno
scossone immortale alla storia della musica con nient’altro che una
chitarra, un ciuffo inedito e movimenti considerati addirittura scabrosi
e censurabili dall’ignoranza americana dei tempi. Quel ragazzetto è
molto dietro. Dietro quel volto gonfio, nonostante i dodici chili persi
ultimamente, con quella capigliatura gonfia e le enormi basette. Sta
eseguendo una bellissima My Way, con straordinario trasporto. È
immobile, gli occhi chiusi. Perso in un presagio. Si capisce che le cose
non stanno andando per il verso giusto. Elvis lo racconta con quell’impasto
vocale unico.
Sembra che stia
dicendo: IO SONO QUELLO CHE NON VEDETE.
Love Me
è occasione
di stacco dalla tensione. Elvis cammina sulla pedana che entra nella
platea scherzando col pubblico. Sorrisi, baci, corone di fiori. Poi
Charlie Hodge gli porge l’ennesimo bicchiere d’acqua e It’s Over
riporta il suo volto ad essere una maschera, l’espressione di colpo
lontana, gli occhi che guardano avanti. Oltre. È una statua bianca,
irraggiungibile. Il gioco dell’animale da palco continua e Blue Suede
Shoes è il ritorno a umori leggeri. Anche se questo non è per
niente l’Elvis The Pelvis che nel 1956 si dimenava travolgente. Questo è
un re piantato sul palco che non va al di là di qualche smorfia e un
paio di sorrisi. Un re debole, quasi la caricatura di quello che sarebbe
potuto essere. Il sudore ha sgonfiato la chioma e il famoso ciuffo non
c’è più. È sceso anche quello sulla fronte bagnata.
Elvis riguarderà le
registrazioni di questo show e per il concerto che ci sarà tra due
giorni, quello importante, cercherà qualcuno che gli modellerà la
capigliatura in un altro modo. Questa proprio non va.
Poi ancora malinconia
con I’m So Lonesome I Could Cry. Il volto è tracciato da una
riga. È sudore. Ma sembra una lacrima.
Sembra che stia
dicendo: IO SONO LE LACRIME.
Sfila
Hound Dog e l’effetto è lo stesso di Blue Suede Shoes.
Sfila What Now My Love e il volto è sempre più rigato. Il casco
di capelli sempre più schiacciato. Ma quella voce… quella è sempre
splendida e assolutamente impeccabile, e un bellissimo acuto porta
dritto dentro la magia fumosa di Fever, flirt sensuale con un
pubblico che vuole solo il Re, nessun altro. E farebbe di tutto per
averne un pezzo. Anche per avere un fazzoletto bagnato dal suo sudore.
Elvis, fa di tutto per accontentare il SUO pubblico. Welcome To My
World è la calma prima di un’inaspettata tempesta.
La scaletta è dovuta
cambiare rispetto agli show trionfali tenuti a New York l’anno prima. Ma
ci sono alcuni brani cardine che non possono essere assolutamente
sostituiti, perché quei brani sono la magia che non finirà mai. La magia
di Elvis, che decolla improvvisamente sulle prime note di chitarra di
uno dei suoi capolavori, Suspicious Minds. Comincia a sciogliersi
regalando altre strette di mano, poi il ritmo comincia a impossessarsi
del suo corpo ed è un crescere fisico e potente. La canzone rallenta e
lui si inginocchia ed è nuovamente tra i fan. Anzi, dei fan. Poi il
ritmo riprende, si libera delle collane di fiori ed è come se si
liberasse dei pesi che lo hanno immobilizzato fino ad ora. Diventa
musica e l’energia che sprigiona è contagiosa. Le braccia roteano in una
danza dal sapore sciamanico. È strepitoso. Questo è l’apice dello show.
Elvis guida l’orchestra e la band fino in fondo, fino a uccidere
Suspicious Minds con un colpo di karate, lui che nell’ambiente delle
arti marziali è soprannominato Tiger. E la tigre sembra che stia
ruggendo: IO SONO LA TEMPESTA.
È il momento della
presentazione dei musicisti. Elvis li presenta uno ad uno J.D. Summer &
The Stamps Quartet, le Sweet Inspiration e Kathy Westmoreland ai cori,
James Burton alla chitarra solista e a quella ritmica John Wilkinson,
Ronnie Tutt alla batteria e al basso Jerry Scheff. Glen Hardin al piano.
Charlie Hodge (il paggio personale), chitarra e voce. Joe Guercio e la
sua orchestra.
Poi introduce il brano
successivo, I’ll Remember You, ballata romantica che esegue
spesso nei suoi show. L’ha scritta uno dei maggiori compositori delle
Hawaii, Kuiokalaani Lee, morto di cancro. E infatti l’incasso della
serata andrà al Kui Lee Cancer Fund. American Trilogy è la marcia
solenne che Elvis interpreta in maniera totale, lui che sente di essere
l’America. A Big Hunk O’Love è un altro momento di rock ‘n’ roll
ma ancora le movenze di Elvis sono in contrasto col ritmo della canzone.
Tra due giorni andrà
in scena l’evento. Il terzo evento televisivo della carriera di Elvis,
il più importante, quello più maestoso. Uno sforzo imponente che
sfrutterà le ultime tecnologie satellitari facendo storia. Verrà visto
da oltre un miliardo di persone nel mondo. E diventerà il famoso "ELVIS
– ALOHA FROM HAWAII".
Il suo manager, il
famigerato Colonnello, ha assestato un altro grande colpo.
L’Elvis che sconvolse
il mondo è lontanissimo. E in mezzo troviamo l’Elvis che fece film
mediocri per dieci anni. L’Elvis che tornò a suonare dal vivo, quello
emozionato che riprese con entusiasmo a esibirsi a Las Vegas. Elvis è
davvero stanco. È davvero pesante. E intossicato dalla fame di farmaci.
E in questo momento è nel pieno del processo che lo renderà grosso e
ridicolo, spesso patetico. Avvelenato fino al cuore.
Elvis è sul palco. È
il dodici gennaio del 1973.
Morirà tra quattro
anni, sette mesi e quattro giorni. In maniera squallida, coi pantaloni
alle ginocchia, schiantato sul pavimento del bagno della sua Versailles,
Graceland.
Ma ora non è il
momento di pensare a certe cose. Ora c’è da andare a guadagnare altri
applausi, altre grida. Ora bisogna chiudere questo concerto e poi ci
sarà lo spettacolo in mondovisione.
E la chiusura non può
essere che affidata ad un brano. Elvis raccoglie le ultime energie. Il
piano parte e mentre lui comincia a cantare il capolavoro Can't Help
Falling In Love, Charlie, alle sue spalle, gli attacca al costume il
mantello. La musica cresce in tensione e il Re si concede un ultimo
contatto col pubblico prima di lanciarsi nell’acuto finale, una di
quelle cose che solo lui può fare con quell’intensità. E chiude
inginocchiandosi a terra, con un colpo d’ali.
I fiati riprendono da
dove avevano cominciato e Elvis va a raccogliere l’ovazione in ogni
punto del palco. Questo Elvis è un personaggio decadente, ma non per
questo non affascinante. Anzi, è probabilmente l’Elvis più affascinante
della sua carriera, così oscuro, così diverso da tutto, così immerso in
un mondo che gli si rivelerà guasto e letale, affondandolo con una fine
grottesca e poco elegante. Questo è l’Elvis che si deve amare.
Perché è meraviglioso
quando si inginocchia una volta ancora in mezzo alla scena e apre le ali
in un abbraccio immenso. Si gira e dà le spalle alla folla mostrando
l’enorme aquila di rubini. E in questo momento lui è l’America in un
tripudio di emozione glamour. In un’enfasi che rimarrà eterna. Forse è
tutto qui il senso.
Elvis Presley si alza
e senza voltarsi sulla la platea corre svanendo dal palcoscenico.
E sembra dire: IO SONO
IL RE.
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