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IL RE E IL COLONNELLO

di Alanna Nash (tratto da Reader's Digest del marzo 2004)

 

Nel caldo soffocante della sera del 15 agosto 1977 Elvis Presley si tolse il pigiama di seta blu e, con l'aiuto del cugino Billy Smith, indossò una camicia di seta bianca, una tuta da ginnastica nera e stivaletti di vernice che dovette lasciare con la cerniera aperta per via delle caviglie gonfie di liquido. Verso le 10,30 del giorno dopo, dopo aver girato per tutta la notte in motocicletta con la sua fidanzata Ginger Alden, il cantante infilò due pistole automatiche calibro 45 nella cintura della tuta, inforcò gli occhiali da sole personalizzati dalla montatura al cromo e si mise al volante della sua Stutz. Con lui salirono sull'auto Ginger, Smith e Charlie Hodge, un membro del clan. Elvis si diresse verso il settore orientale di Memphis, nel Tennessee, dove aveva lo studio il suo dentista, per farsi curare alcuni denti. La sera seguente doveva partire per Pordand, prima tappa di una tournée di 12 giorni. Era circa mezzanotte quando il gruppo fece ritorno a Graceland, Elvis e Ginger si ritirarono al piano di sopra, e Smith andò a dormire nella roulotte parcheggiata in giardino. Verso le 2 Elvis parlò con Larry Geller, forse il suo amico più intimo. Geller lo trovò "molto su di giri, ansioso di iniziare la tournée, pieno di progetti per il futuro."

 

Alle 4 circa il cantante si sentì abbastanza in forze per una partita di racquetball e chiese per telefono a Billy e a sua moglie Jo di venire a giocare con lui e Ginger. Mentre si avviavano verso il campo privato di Elvis, cominciò a cadere una leggera pioggia. "Nessun problema, ci penso io" disse il cantante, e fece con le mani il gesto di fermarla. Come per miracolo, ricorda Smith, la pioggia cessò. "Vedete, ve l'avevo detto" commentò Elvis. "Basta avere un po' di fede, e si può far smettere di piovere." Nonostante quell'improvvisa esplosione di energia, Elvis era stre-mato dopo giorni di una dieta esclusivamente a base di gelatina di frutta. Era l'ultimo di una serie di disperati tentativi di dimagrire quanto bastava per poter indossare i costumi di scena. Elvis si stancò presto di giocare, e le due coppie si misero a far rimbalzare la palla sulle pareti del campo invece di concentrarsi sul gioco, col risultato di tirarsela vicendevolmente addosso. Smisero quando Elvis sbagliò un servizio e si diede una racchettata su uno stinco. Tornati in casa, Billy Smith lavò e asciugò i capelli del cugino. Elvis non smetteva di parlare di un libro pubblicato di recente che descriveva nei particolari il suo declino fisico.

 

Era intitolato Elvis: What Happened? (Elvis: cos'è successo?), e rivelava a quale punto di farmacodipendenza - soprattutto da anfetamine e sedativi - si fosse ridotto il Rè. II cantante era furioso, minacciava di trascinare a Graceland con la forza gli autori del libro, le sue ex guardie del corpo Red West Sonny West e Dave Hebier: li avrebbe uccisi e ne avrebbe fatto sparire i cadaveri. Non riusciva a capire il loro tradimento. Poi si calmò un poco, e provò un discorso che contava di fare dal palcoscenico durante il concerto se i suoi fan, saputo che spendeva circa un milione di dollari l’anno per procurarsi legalmente le pasticche di cui non poteva più fare a meno, lo avessero contestato. "Non mi hanno mai dato addosso prima" disse "e non lo faranno ora. Billy Smith sapeva che cosa intendesse dire. 'Anche se dovrò confessare ogni cosa davanti al mio pubblico." Stanco e intorpidito, il cantante scoppiò a piangere. "Va tutto bene" lo conforto il cugino. "Vedrai che si sistemerà tutto." Mentre Smith si dirigeva alla porta, Elvis si volse verso di lui e gli disse- "Billy ragazzo... questa sarà la più bella tournée che io abbia mai fatto ". Alle 7,45 il cantante inghiottì quattro o cinque compresse di sonnifero, la sua seconda dose nel giro di un paio d’ore. Elvis soffriva fin dall'infanzia di disturbi del sonno, e l'assunzione di farmaci e le ore piccole cui lo costringeva la sua professione non avevano fatto che aggravare il problema.

 

Di lì a poco sarebbe arrivato il momento della terza dose, e lui era a stomaco vuoto dal giorno prima. Erano circa le 8 quando Elvis si infilò nel letto dove già dormiva Ginger, che allora aveva poco più di 20 anni ed era stata nominata reginetta di bellezza di Memphis. La donna ricorda di essersi svegliata e di aver trovato il suo amico troppo nervoso per poter dormire, tutto preso dall'idea della tournée. "Cara" le disse il cantante "andrò in bagno a leggere un po'." "Va bene" rispose lei cambiando posizione nel letto. "Ma non ti ad-dormentare lì." "Non preoccuparti, non succederà" la rassicurò lui. In bagno Elvis aprì Thè Scientific Search for thè Face of Jesus (La scienza alla ricerca del volto di Gesù), un libro sulla Sacra Sindone, e attese che i sonniferi che aveva preso facessero effetto.

 

   TUTTI GLI UOMINI DEL RE

 

MENTRE A MEMPHIS si concludeva la giornata di Elvis, il colonnello Tom Parker era già in piena attività a Pordand. Parker gestiva la carriera di Elvis sin dalla metà degli anni Cinquanta, e aveva stipulato lucrosi contratti con la casa discografica RCA e con gli studi di Hollywood. A poco a poco, comunque, quell'immigrato clandestino olandese, ex impiegato in un luna park, aveva finito per controllare quasi ogni aspetto della vita del cantante: dal matrimonio di Elvis con Priscilla Beaùlieu, celebrato il primo maggio 1967, e da Parker definito in ogni dettaglio, agli amici che frequentava, e perfino ai libri che se-condo lui poteva leggere. Di tanto in tanto Elvis scalpitava, insofferente della continua interferenza del colonnello, ma rientrava subito nei ranghi quando Parker 10 richiamava all'ordine. "Il Colonnello diceva a Elvis: 'Devi compor-tarti bene, puoi arrivare solo fino a un certo punto' " ha rivelato Larry Geller. Jerry Leiber, che scrisse molte delle canzoni portate al suc-cesso da Elvis, diceva che il cantante "adorava [Parker], lo considerava il suo creatore e salvatore", ma "lo disprezzava perché non era capace di gestire la propria vita". Ora, alla vigilia della tournée, Parker era imbucato in un albergo della catena Sheraton a Pordand, e stava dando disposizioni ai suoi collaboratori.

 

Un membro del gruppo, Lamar Fike, arrivato con il volo notturno da Los Angeles, si mise subito al lavoro per predisporre le misure di sicurezza e prenotare le stanze in albergo per l'orchestra e gli addetti ai lavori. Poco prima di mezzogiorno del 16 agosto Billy Smith entrò nella villa di Graceland e parlò con uno degli uomini del seguito di Elvis, Al Strada, che stava preparando le valigie del cantante. Smith volle sapere se qualcuno avesse visto il capo, e Al gli rispose di no, e che Elvis non doveva essere svegliato prima delle 16. Billy si chiese se qualcuno degli Stanley, che erano fratellastri di Elvis, fosse andato a controllare, e salì qualche gradino deciso a farlo di persona, ma poi rinunciò. No, si disse. Se non si è ancora fatto vivo, lasciamolo riposare. Ne ha bisogno. Alle 14.20 Ginger si girò nell'immenso letto di Elvis e si accorse che il cantante non c'era. Forse non era tornato a dormire? La lampada era ancora accesa. La donna si alzò e bussò alla porta del bagno. "Elvis, caro?" Nessuna risposta. Allora girò la maniglia ed entrò. Elvis era in ginocchio, accasciato sul pavimento con la faccia sulle mani, come se pregasse. Ginger non capiva come avesse fatto ad assumere quella grottesca posizione. Ma perché non le aveva risposto? Tornò a chiamarlo: "Elvis?" Quell'immobilità era così innaturale, pensò Ginger mentre si chinava per toccarlo. Era freddo; la faccia, gonfia, era sprofondata nella spessa moquette, il naso incrostato di sangue, la pelle costellata di macchie nero-purpuree. Rifiutandosi di credere al peggio, Ginger chiamò la cucina con l'intercom e disse a Strada che aveva risposto: 'Al, ho bisogno di tè. Elvis è svenuto!" Strada corse al piano di sopra, diede un'occhiata al cantante e gridò a Joe Esposito, uno degli assistenti di Elvis, di salire. Esposito si precipitò al primo piano e voltò su un fianco il corpo del suo datore di lavoro.

 

Che non ci fosse più nulla da fare era chiaro, ma lui chiamò ugualmente un'ambulanza. Poi telefonò a Nick - il dottor George Nichopoulos - il medico di fiducia di Elvis, e gli disse che il cantante aveva avuto un infarto. Mentre l'ambulanza entrava a sirena spiegata nel vialetto d'accesso, il primo piano si riempiva di gente. Charlie Hodge piangeva e pregava Elvis di non morire; il padre di Elvis, Vernon, era crollato svenuto sul pa-vimento; la figlia del cantante, Lisa Marie, che aveva nove anni ed era venuta in visita dalla California, guardava attonita la scena. "Che gli è successo?" chiese Ulysses Jones, uno dei paramedici dell’ambulanza. Al Strada si lasciò scappare la verità: "Pensiamo sia stata un'overdose." Al Baptist Memorial Hospital i medici del reparto rianimazione non lasciarono nulla d'intentato. Ma nessuna terapia, per quanto tempestiva o addirittura eccezionale, poteva salvare il signore di Graceland. Alla fine il dottor Nick entrò nella stanza dove Esposito, Hodge, Strada, Smith e David Stanley sedevano in attesa. Pallido come un morto, l'uomo che la Commissione medica d'indagine del Tennessee trovò in seguito colpevole di aver prescritto al cantante circa 12.000 tarmaci nell'arco di 20 mesi, comunicò: "È andato. Non è più con noi." Quando si resero conto di ciò che significavano quelle parole, i 5 uomini scoppiarono a piangere senza vergogna abbracciandosi l'un 1 altro per conforto. Elvis Presley era morto all'età di 42 anni.

 

MENTRE TI LASCIO IN PUNTA DI PIEDI"

 

DALL'OSPEDALE, Joe Esposito chiamò il colonnello nel Maine. "Ho da darle una notizia terribile" esordì con voce tremante. "Elvis è morto." Trascorsero 30 secondi, forse più, prima che Parker parlasse. "Va bene, Joe" disse alla fine il manager con voce piatta, priva di emozione. Saremo li appena possibile." Esposito avvertì che, sotto la calma apparente il colonnello era scosso. "Come me" scrisse in seguito Joe avrebbe fatto quel che andava fatto: annullare la tournée e dare la notizia che era tutto finito." Pochi minuti dopo il colonnello convocò la truppa nella sua stanza d’albergo. Entrai ricorda Lamar Fike "e lo trovai seduto sul bordo del letto, intento a rimettere il ricevitore sulla forcella del telefono lutti tenevano gli occhi bassi. 'Che diavolo è successo?' chiesi. Il colonnello si alzò, si avvicinò e mi disse: 'Lamar, devi andare a Memphis e vedere Vernon. Elvis è morto.' Per Fike fu una mazzata, ma non una sorpresa. Erano mesi ormai che il più famoso cantante del mondo riusciva appena ad arrivare fino al microfono. Durante un concerto a Baltimora Elvis si era allontanato dal palcoscenico per mezz'ora. Alla fine" scrisse la rivista Variety non c’è stata nessuna ovazione, e il pubblico è uscito dal teatro scuotendo la testa e chiedendosi che cosa gli fosse successo" Un’idea in proposito Elvis se l’era fatta.

 

Non molto tempo prima a Las Vegas, aveva invitato l'autore di canzoni Ben Weisman nella suite del suo albergo. Seduto al pianoforte, la faccia gonfia, il cantante aveva detto: «Beh, c'è una canzone che mi piace, Softly As I Leave You (Mentre ti lascio in punta di piedi). Ma non parla di un uomo che abbandona una donna. Parla di un uomo che sta per morire”. Delle condizioni di Elvis il colonnello si era potuto rendere conto in maniera che non lasciava adito a dubbi già il 21 maggio del 1977 a Louisville. Larry Geller si trovava quel giorno nell'anticamera della suite d’albergo occupata da Elvis, e aspettava che il dottor Nick finisse di somministrare al cantante i farmaci che avrebbero trasformato quell’uomo malato e semicomatoso in un pirotecnico artista. All'improvviso qualcuno aveva bussato con forza alla porta. Geller era andato ad aprire e si era trovato di fronte Tom Parker. Il colonnello, che si appoggiava a un bastone, era furioso. Geller era rimasto molto sorpreso: non gli risultava che Parker fosse mai venuto nell'appartamento privato di Elvis durante una tournée. "Dove?" aveva chiesto il colon-nello, e Geller gli aveva risposto che avrebbe informato Elvis della sua presenza. No, vado io da lui" aveva tagliato corto Parker scostando Geller senza tante cerimonie. La porta aperta da Perker aveva rivelato uno spettacolo orribile: il dottor Nick che tentava freneticamente di resuscitare un Elvis semi svenuto e gemente. In un primo tempo Geller aveva provato una stretta al cuore, ma subito dopo anche un senso di sollievo. Finalmente il colonnello vedeva Elvis al peggio delle sue condizioni. Il cantante non era mai stato così a terra, così malato, e certamente ora il colonnello gli avrebbe concesso una pausa, gli avrebbe dato aiuto. Invece Parker si era precitato fuori della stanza e aveva gridato all'indirizzo di Geller agitando furiosamente il bastone: “Apri bene le orecchie! A me interessa una cosa, e una soltanto: ed è che lui si presenti su quel palcoscenico questa sera!" Geller era rimasto orripilato da tanto cinismo e insensibilità Qualcosa di molto simile provava ora, 16 agosto, Lamar Fike dopo che il colonnello lo aveva informato senza batter ciglio della morte di Elvis. “Tutto qui?” ricordava di avergli chiesto. E lui: "Sì, è tutto " "Be' ci ha messo un pò, ma alla fine c'è riuscito a distruggerlo, eh?" Che cos’hai detto? gli aveva intimato minaccioso Parker. Ma Fike non si era lasciato intimidire. "Ha sentito quel che ho detto. Era arrivato al limite." Mentre da ogni parte del mondo arrivavano in pellegrinaggio a Memphis i fan più affezionati di Elvis, il colonnello prese un aereo diretto non nel Tennessee, ma a New York. Dove si recò alla RCA, la casa discografica alla quale il suo cliente aveva fatto vendere più dischi di qualunque altro cantante nella storia.

 

Calcolando giustamente che nel giro di 24 ore non ci sarebbe più stato un disco di Elvis Presley nei negozi degli Stati Uniti, il colonnello fece pressione sui diri-genti della RCA perché si accaparrassero, pagandoli profumatamente, i principali laboratori di produzione discografica che dovevano sfornare un flusso continuo di pezzi di Elvis lasciando perdere qualunque altra ordinazione. Parker aveva quindi incontrato un operatore di mercato col quale aveva fatto un accordo sulla vendita dei prodotti collegati al nome di Elvis Presley. Soltanto dopo andò a Memphis per partecipare al funerale del suo cliente, che si tenne il 18 agosto, una giornata di caldo umido cui fecero da colonna sonora il ronzio degli elicotteri mandati dai giornali a seguire la cerimonia e il frinire delle cicale.

 

"HO VISTO UN RAGAZZO SENSAZIONALE"

 

TOM PARKER, l'uomo che fece conoscere Elvis alle masse, imparò l'arte di convincere energicamente nella città di Breda, in Olanda, dove nac-que nel 1909. Il suo vero nome era Andreas Cornelis van Kuijk, detto Dries, e sin da piccolo subì il fascino delle fiere e del mondo circense. Aveva appena nove anni quando andò a lavorare in un luna park. Poi passò in un circo, dove all'inizio dava da bere e da mangiare agli ani-mali e, quando fu più grandicello fece l'imbonitore davanti al tendone. Dopo la quinta elementare piantò la scuola e si mise a lavorare col padre, che faceva lo stalliere in una scuderia. Ma durò poco. Irre-. quieto, cominciò a lavorare sulle navi che arrivavano nel porto di Rotterdam, e nel 1927 sbarcò a Hoboken, nel New Jersey, dove fu ospite di una famiglia olandese. Facendo il marinaio, toccò numerosi porti i degli Stati Uniti prima di tornare a Breda. Un giorno del 1929 però non fece ritorno a bordo, e passarono diverse settimane prima che alla sua famiglia giungesse una misteriosa lettera in cui diceva di avere lasciato la nave ma non dove si trovasse lui in quel momento. Le lettere che seguirono erano firmate 'Andre" o "Thomas Parker." "Cambiò semplicemente identità" è stato il commento della sorella Marie. "Voleva rimanere in incognito." Dov'era finito Dries, e chi diavolo era Tom Parker? La famiglia dovette aspettare 30 anni prima di avere una risposta. Intanto, Parker si era arruolato nell'esercito, si era assentato senza permesso, era stato trovato affetto da turbe psicologi-che e ricoverato in ospedale, quindi congedato, ed era ricomparso sulla scena nella nuova veste di ambizioso manager di artisti fregiandosi del titolo onorario di "Colonnello". Per qualche tempo Parker fece da agente a Eddy Arnold un famoso cantante melodico che nel 1953 gli diede però il benservito. Fu allora che, nella sua disperata ricerca di un nuovo datore di lavoro, Parker cominciò a prendere in considerazione un giovane cantante alla moda che si chiamava Elvis Presley. Quattro o cinque persone si attribuiscono il merito di aver parlato al colonnello del focoso “gatto campagnolo” che verso la fine del 1954 cantava alla radio nel programma “Louisiana Hayride” trasmesso dalla città di Shreveport. Probabilmente la partecipazione al programma radiofonico e le tournée in tutto il Texas avevano fatto una tale sensazione che Parker seppe di Elvis da Ernest Hackworth, un dj di Texarkana, e da Gabe Tucker, un ex membro del complesso di Eddy Arnold.

A suscitare il vivo interesse del colonnello fu però il racconto di un vecchio amico, Oscar Davis. Dopo aver sentito alla radio una delle prime registrazioni di Elvis, Blue Moon of Kentucky, Davis eraa andato a vedere il giovanissimo cantante dal vivo in un localino di Memphis. Che aveva trovato pieno zeppo di donne urlanti che gli morivano dietro. “Ho visto una delle cose più sensazionali che tu possa immaginare , c’è questo ragazzo che sul palcoscenico si agita, salta e si contorce”. II colonnello drizzò le orecchie. “Dov’è stato? E chi era il ragazzo?”

 

Quasi subito poi andò a Texarkana per assistere a uno spettacolo di Presley. Il cantante era stato ingaggiato da Bob Neal, che era favorevolissimo a giungere a un accordo con Parker, nella speranza che quel "pirotecnico personaggio", come lo chiamava lui, organizzasse a Elvis tournée a livello nazionale. Il 15 gennaio 1955 Parker si recò a Shreveport per sentire Elvis — che indossava un vestito color ruggine, cravatta rosso porpora con puntini neri e calze rosa — cantare tre canzoni per il suo pubblico radiofonico. Poi si accordò con Neal per i futuri ingaggi del cantante. Ma fu solo dopo l'esibizione di Elvis in maggio a Jacksonville, in Florida, davanti a 14.000 fan che Parker si rese veramente conto di quel che aveva in mano. "Ragazze, ci vediamo dietro le quinte" scherzò Elvis alla fine dello spettacolo, e una buona metà della folla sfondò il cordone di poliziotti e lo inseguì fino nel camerino cercando di strappargli i vestiti di dosso. A quel punto Parker capì che la popolarità di Elvis poteva andare ben oltre tutto ciò che aveva visto fino allora. Con l'aiuto della RCA Victor e della William Morris Agency, il colonnello impiegò non più di un anno per fare di Elvis il cantante con il maggior successo di cassetta nella storia della musica leggera americana. Parker accettò un anticipo di quasi 40.000 dollari da un operatore commerciale di Beverly Hills per trasformare il nome di Elvis in un marchio commerciale che copriva i brevetti di 78 diversi articoli, dai braccialetti con ciondoli al rossetto color "arancione segugio" a sciarpe, bambolotti e busti fosforescenti del cantante. Un atto di lungimiranza imprenditoriale che fruttò circa 22 milioni di dollari, senza contare i proventi della vendita dei biglietti per i concerti e dei dischi. Nessun artista era mai esploso sulla scena con il vulcanico impatto di Elvis Presley nel 1956. Ormai non era più soltanto un semplice fenomeno musicale, stava diventando in fretta uno spettacolare esempio di cultura pop. Col tempo sarebbe forse diven-tato la più influente figura culturale del XX secolo.

 

"MI FANNO VENIRE VOGLIA DI PIANGERE"

 

A PARTIRE DAL GENNAIO 1956 Elvis partecipò per un mese di seguito allo Stage Show della rete televisiva CBS, un programma del sabato sera molto seguito. Esordì col suo primo single presso la RCA, Heartbreak Hotel, che aveva un accompagnamento musicale molto movimentato. Il disco vendette in breve tempo oltre un milione di copie, e le vendite continuarono al ritmo di 70.000 copie la settimana. E quando 1'82 per cento degli apparecchi televisivi americani risultò sintonizzato sul programma The Ed Sullivan Show il 9 settembre 1956 la prima delle tre serate in cui Elvis sarebbe stato ospite della trasmissione - il colonnello potè vantarsi dicendo che da quando era arrivato lui il costo di una apparizione di Elvis era andato alle stelle passando dai 300 dollari per sera degli inizi ai 50.000 per le tre brevi performance al The Ed Sullivan Show (nel 1977 Elvis arrivò a guadagnare 2,3 milioni di dollari in una tournée). E poi cera Hollywood. Parker aveva in mente di trovare spazio sul grande schermo non tanto per dare massima espressione al talento di Elvis o per renderlo ricco e famoso al di là di ogni immaginazione ma per la sua personale sete di potere. Dopo aver stipulato un contratto che legava Elvis ai teatri della Florida e della East Coast controllati dalla Paramount, sempre pieni fino all'inverosimile a ogni concerto di Presley, il colonnello prese accordi con la casa cinematografica per un provino cui il cantante si sottopose nel marzo del 1956. Gli furono proposte due scene importanti de Il Mago della Pioggia, film prodotto da Hal Wallis che avrebbe avuto come protagonisti Burt Lancaster e Kathanne Hepburn. E per il numero musicale Elvis cantò Blue Suede Shoes, fingendo di accompagnarsi con la chitarra. Quando videro il provino a New York, i dirigenti della RCA rima-sero sbalorditi: Presley rivelava un talento sorprendentemente naturale e nella scena d'amore una spontaneità che faceva venire in mente la recitazione di James Dean o Marlon Brando. "Eravamo emozionati ed eccitati. Negli uffici non si parlava d'altro" disse uno dei dirigenti.

 

Per la serata inaugurale del primo film di Presley, Love Me Tender (Fratelli rivali), il 15 novembre del 1956, fu scelto il cinema della Paramount a New York, che davanti all'entrata sfoggiava una gigantografia del cantante alta 12 metri. La coda dei quasi 2000 fan di tutte le età venuti ad ammirare il loro idolo si snodava per un'infinità di isolati. Il gestore del cinema inviò al reparto pubblicità della Paramount questo euforico telegramma: "Abbiamo una star veramente straordinaria! Fatelo sapere a tutti!" Parker, che aveva organizzato la prima con l'intento di ricavarne il massimo della pubblicità, aveva un altro consiglio in serbo per i gestori dei cinema: assicurarsi che i locali fossero completamente vuoti dopo ogni spettacolo. Il film ripagò le spese di produzione dopo una sola settimana, e il successo di botteghino permise a Parker di chiedere una maggiorazione del cachet di Presley per il suo secondo lungometraggio, Loving You (Amami teneramente). Loro due formavano una squadra: Presley ci metteva il talento, e il furbo Parker trasformava quel talento in una delle più straordinarie carriere nel mondo dello spettacolo. Per Elvis, comunque, non erano tutte rose e fiori. Il cantante, allora ventunenne, aveva cominciato a dire ai giornalisti che le scene d'isterismo ai suoi concerti gli facevano "venire voglia di piangere". Tutto era diventato troppo grande troppo in fretta. E ora l'Esercito lo reclamava a gran voce. La domenica di Pasqua del 1957, il giorno ideale per godersi Graceland, la villa che si era fatto costruire da poco, Elvis disse al reverendo James Hamill: "Sono il ragazzo più infelice che lei abbia mai visto." Ma il colonnello non aveva testa che per gli affari. Volendo sfruttare al massimo l'occasione del servizio militare di Elvis a fini pub-blicitari, nell'estate del 1956 Parker aveva cominciato a scrivere una serie di lettere al Pentagono. Quando, verso la fine del 1957, arrivò la cartolina precetto, l'accordo era concluso: due anni di servizio militare, e due mesi di rinvio per consentire a Presley di girare il film King Creole (La via del male), successivo a Jailhouse Rock (II delinquente del rock’n’roll). Parker fece a Elvis la seguente promessa: "Se andrai nell'Esercito, ti comporterai bene, e non farai nulla che possa diventare un motivo d'imbarazzo per il tuo paese, farò in modo che torni a casa più grande come artista di quando sei partito." E fu così che, il 24 marzo del 1958, la recluta più famosa del mondo si presentò all’ufficio leva di Memphis con un debole sorriso e un giubbotto. Il cantante baciò la madre, abbracciò il padre e guardò con affetto la sua Cadillac del ‘58 salutandola con un “Arrivederci”, lunga e nera figlia di buona donna” tra le risate degli altri coscritti. Poi salì sull’autobus, lasciandosi dietro tutto il mondo che aveva conosciuto uno a quel momento.

 

 

LE PILLOLE DIVENTANO UN'OSSESSIONE

 

A FORT HOOD, vicino Killeen, nel Texas, Elvis cominciò ad avere un incubo ricorrente: sognava di tornare a casa dopo la leva e di scoprire che era sparito tutto, niente più canzoni, niente più pubblico in delirio, niente di niente. Si rivolse allora a un suo amico, l'ex dj Eddie Fadal che lo ospitava nella sua casa di Waco, chiedendogli di procurargli dei farmaci: eccitanti per star su durante il giorno e sedativi per poter dormire la notte. Non fu diffìcile. "Mio padre conosceva tutti i medici della città" ha detto la figlia di Fadal, Janice. Elvis era abituato a prendere farmaci da quando rubava le pillole per dimagrire a sua madre, la signora Gladys. La donna era di salute cagionevole - i medici le avevano diagnosticato un'epatite - e morì nell’agosto del 1958 all’età di 46 anni, lasciando un vuoto incolmabile nella vita del figlio. Oppresso dall'ansia e dal senso di solitudine, Elvis mi a poco a poco col dipendere sempre più nel corso degli ami dalle sostanze che medici e amici gli procuravano. Durante il servizio di Elvis in Germania, il colonnello gli scriveva lunghe lettere allo scopo di informarlo su quanto faceva per "tenere ben vivo il ricordo del tuo nome quaggiù" e di sollevargli il morale. Gli magnificava gli spettacolari risultati ottenuti, gli parlava del lavoro svolto che, unito alle vane promozioni dei prodotti collegati al nome di Presley - i soli souvenir avevano fatto incassare circa tre milioni di dollari - avrebbe generato nel 1958 più profitti rispetto all'anno precedente benché Elvis fosse sotto le armi. Inoltre, Parker stava anche conducendo in porto lucrosi accordi con la Paramount e la 20th Century Fox. Quando uscì da Fort Dix, il 3 maggio 1960, il sergente Presley fu accolto come un eroe di guerra.

 

Una banda suonava Auld Lang Syne mentre lui si avvicinava sorridente a una limousine sotto il grandinare dei flash dei fotografi. Era straordinariamente bello, con quel volto magro dai lineamenti come cesellati, e quando alcune ragazzine si aprirono un varco nella folla dei fan e gli si strinsero attorno, si mise a chiacchierare con loro. “Approfitta dell'occasione, Elvis" gli gridò qualcuno. Ma il sergente Presley aveva passato la notte con una nuova fidanzata, Priscilla, e si sentiva appagato. I costumi dell'Elvis che tornava dall'Europa erano decisamente più licenziosi di quelli del ragazzo asettico e apparentemente conservatore partito dagli Stati Uniti. Ora però la sua dimestichezza con pillole - soprattutto eccitanti - era diventata un'ossessione, tanto che parlava di comprarsi una farmacia per poterne disporre senza soluzione di continuità. In questo periodo l'azienda Presley sfornò, uno dopo l'altro, tutta una serie di film, dischi e concerti. Tra i film ci furono G.I. Blues (Café Europa) e Flaming Star (Stella ai fuoco) nel 1960, Wild in the Country (Paese selvaggio) e Blue Hawaii nel 1961, e Follow That Dream (Lo sceriffi) scalzo), Kid Galahad (Pugno proibito) e Girls! Girls! Girls! (Cento ragazze e un marinaio) nel 1962. All'inizio del 1963 Priscilla, che era molto giovane, andò a vivere con Elvis con la benedizione del patrigno, un capitano dell'Aeronau-tica. E così ebbe modo di familiarizzarsi con le abitudini "farmaceutiche" che le aprirono il mondo dal tempo capovolto di Elvis, il quale scambiava la notte per il giorno. La ragazza non fu la sola a notare che il comportamento del cantante, sotto l'effetto di una continua assunzione di pasticche, stava diventando instabile. Spesso si abbandonava ad accessi d'ira, ma una sera ebbe un crollo, e disse di sentirsi prigioniero dei film di serie B che gli facevano fare, e che lui definiva con disprezzo "documentari di viaggio" per l'ambientazione quasi esotica di molti di essi. Più ne girava, più aumentavano la stanchezza e il disgusto, tanto che lo stato di ansia gli provocava emorragie dal naso sul set. Negli studi di registrazione riusciva a stento a nascondere il disagio per le canzoni pop scialbe e improbabili che gli facevano cantare, cose come (There's) No Room to Rhumba in a Sports Car (Non c'è posto per la rumba su una macchina sportiva) e Petunia, the Gardener's Daughter (Petunia, la figlia del giardiniere). Ad accrescere il suo disappunto contribuiva il fatto che mentre lui faceva mediocri film a Hollywood i Beatles, venuti a trovarlo nell'agosto del 1965, stavano entrando da conquistatori nella cultura pop americana. Le continue frustrazioni costarono molto care a Elvis. Negli anni Settanta, perfino dopo il matrimonio con Priscilla e la nascita di Lisa Marie, il suo regime farmaceutico per le tournée era diventato talmente specifico che il dottor Nick l'aveva frazionato in sei fasi. I farmaci comprendevano testosterone, anfetamine, Dilaudid, Dexedrine e Demerol, oltre che Quaalude e Amytal, queste ultime due sostanze sedative e sonnifere. La gente, i fan, credevano che Elvis fosse semplicemente malato, ma nel 1975 le sue condizioni erano serie: gli erano stati diagnosticati trombi nel sangue, ipoglicemia e cuore ingrossato. Il suo fegato aveva dimensioni doppie del normale, e il colon funzionava male. A forza di mangiare cibo spazzatura e ingollare sedativi era enormemente ingrassato, passando da poco meno di 90 chili a 120 circa in tre anni, e cercava di farlo notare di meno indossando tute di colore più scuro e un busto elastico. Quando andò a fargli visita, Elton John vide subito come stavano le cose. “Aveva decine di persone attorno" raccontò il cantante "gente che apparentemente si occupava di lui. Ma sembrava già un cadavere."

 

"UNA MANO INVISIBILE MI HA GUIDATO"

 

NEI PRIMI ANNI della sua carriera Elvis aveva confessato all'amico Larry Geller di sentire che era stato "scelto", ma di non sapere perché. "Ho sentito una mano invisibile che guidava la mia vita sin da quando ero bambino" disse a Geller. "Perché tra milioni di persone quello scelto per diventare Elvis sono stato io? Ci deve essere una ragione." Geller aveva cercato di aiutare l'amico a trovare il divino dentro di sé, prestandogli libri e fornendogli assistenza spirituale. Ci fu un momento in cui Elvis disse a Larry che voleva mollare il mondo dello spettacolo e fare qualcosa di importante nella vita. “Anzi, Larry" concluse il cantante "voglio che mi trovi un monastero." Dopo una velocissima riflessione, Geller disse che riconosceva la profondità dei sentimenti di Elvis, ma aggiunse che lui poteva usare quei sentimenti per cambiare la qualità del suo lavoro in campo cinematografico e musicale. "Hai fatto la più grande carriera nella storia del mondo dello spettacolo!" gli disse Geller. "Sei una leggenda per tutti! Sei Elvis!" Le sue parole fecero l'effetto voluto. "Gli spuntò in faccia quel suo bei sorriso e disse: 'Be', a dirti la verità, non ce la vedo molto Priscilla a rastrellare foglie con me in un monastero.' Anni dopo, quando Elvis aveva un disperato bisogno di riposo — il divorzio da Priscilla, sostenevano gli amici, sembrava aver indebolito la sua volontà e aperto la strada a una nuova fase di tossicodipendenza — Geller gli aveva suggerito di rafforzare il suo sistema immunitario con le vitamine e una corretta alimentazione.

 

 Nel marzo del 1977 Elvis prese l'impegno di staccare tutte le spine e rimettersi in salute, ma anche di cambiare altre cose nella sua vita. "Era fermamente deciso a licenziare il colonnello" sosteneva Geller ricordando le parole del cantante: "Larry, ti prometto che lo farò." E aveva anche fissato una data: entro la fine dell'estate. L'occasione di liberarsi, però, non arrivò mai. Dopo la morte del cantante, il colonnello continuò a gestirne per un po' il ricordo organizzando nel settembre del 1978 un festival dei fan intitolato "Always Elvis" all'Hilton di Las Vegas, dove lui, Vernon e Priscilla scoprirono nell'ingresso una statua di bronzo a grandezza naturale del cantante. Ma quando il padre di Elvis morì, nel giugno del 1979, Parker dovette farsi da parte. Al termine di una lunga serie di azioni legali e accordi Priscilla Presley, agendo per conto di Lisa Marie, principale beneficiarla di Elvis, costituì un consiglio d'amministrazione di prim'ordine per massimizzare i profìtti derivanti dallo sfruttamento di uno dei nomi più famosi della Terra. Graceland è arrivata a incassare 15 milioni di dollari l'anno solo di biglietti d'ingresso, e secondo la rivista Forbes la vendita di oggetti legati a Elvis ha fruttato oltre 37 milioni di dollari l'anno fino al 2002. Il giornalista inglese Christopher Hutchins intervistò Tom Parker nel 1993, quattro anni prima della sua morte, e gli chiese tra l'altro se Elvis non fosse stato per lui il figlio che non aveva avuto. "In tutta onestà" rispose Parker "non lo considerai mai come un figlio. Lui però rappresentava il successo che ho sempre voluto."