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LA
"POLEMICA" CON IL MUCCHIO SELVAGGIO
Nel n. 9 de IL
MUCCHIO SELVAGGIO EXTRA (primavera 2003) è stato pubblicato una recensione
dell'album di Elvis MOODY BLUE (per leggerla clicca
qui) inserita in uno
special dedicato ai 100 dischi da evitare, cioè fra i peggiori album della
storia del rock.
Dopo essere
stata pubblicata su OLD SHEP questa recensione ha suscitato un vespaio di
polemiche, e dozzine di fan hanno sommerso la redazione del Mucchio di mail
di protesta. La reazione dei fan è stata così decisa e massiccia che il
direttore della rivista, Federico Guglielmi, (dopo aver risposto
personalmente a molti) ha anche inviato una lettera di chiarimento a OLD SHEP
che trovate più in basso.
In generale
abbiamo trovato negli interlocutori del Mucchio persone serie (anche se
ovviamente su alcuni punti c'è una significativa divergenza di opinioni) e
soprattutto gentili e disponibili. Qualità, queste ultime, latitanti
nell'arrogante e ignorante mondo del giornalismo musicale italiano.
Per
fortuna quelli del Mucchio sono un'eccezione a questa tendenza, perchè hanno
dimostrato quantomeno di avere rispetto delle opinioni altrui, e di essere
interessati ad ascoltarle e a discutere.
Speriamo
quindi che tutta questa storia sia servita magari ad invogliare qualche
giornalista ad ascoltare - senza prevenzioni e opinioni precostituite -
qualche bel CD dell'Elvis seventies. E ad apprezzarne la grandezza.
LA LETTERA DI CHIARIMENTO DEL DIRETTORE DEL MUCCHIO
SELVAGGIO EXTRA, FEDERICO GUGLIELMI (29 MARZO 2003)
Cari
amici,
essendo, oltre che un giornalista, un grande amante della musica, capisco che
quanto pubblicato sul “Mucchio Extra” abbia potuto irritarvi. Ritengo però
giusto precisare che il commento a “Moody Blue” - il cui titolo, sul
giornale, è tra l’altro scritto giusto dappertutto: ma dove l’avete
visto, quel “Mody”? - era inserito in un ben più ampio articolo
(“Rock: 100 album da evitare”) il cui scopo è segnalare una serie di
dischi di artisti rock per lo più a noi cari che non riteniamo
“consigliabili” per un corretto approccio agli artisti in questione (tra
i quali ci sono tutti i nostri altri “eroi”: da Bob Dylan a Lou Reed,
dagli Who a Neil Young, da Leonard Cohen a David Bowie, da Iggy Pop ai
Rolling Stones).
Vista da sola, la recensione di “Moody Blue” può sembrare un oltraggio
gratuito, ma leggendola assieme alle altre - nonché, soprattutto, alla lunga
introduzione che illustra il senso generale dell’articolo - assume un
significato ben diverso. Ammettetelo: se voleste regalare un disco di Elvis a
un amico/amica che, purtroppo per lui, non lo conosce affatto, comprereste
mai “Moody Blue” o un altro album dei ‘70? Non credo proprio, così
come non credo che chiunque di voi, giustificati fanatismi a parte, possa
negare che gli ultimi dieci anni della carriera del Re siano ben poca cosa
rispetto a quelli che li hanno preceduti.
Sul “tono” del commento sono d’accordo: era “forte”. Però, oltre
che dal cinismo che inevitabilmente si lega alla nostra professione, era
dettato dal dispiacere, dalla delusione. Si trattava di considerazioni
tristi, di quelle che sorgono spontanee quando si riscontra il declino di un
grande artista che si è amato e si continua ad amare. Per meglio sostenere
tale tesi, vi sottopongo la recensione - scritta dallo stesso giornalista -
apparsa nel numero 5 della rivista nell’ambito di un vasto articolo a
puntate sui “500 album fondamentali” della storia del rock. Ovviamente,
visto che nei ‘50 il rock era una faccenda di singoli e non di album, di
Elvis scegliemmo un’antologia (e una recente, in quanto reperibile con
facilità), relativa alle mitiche Sun Sessions. Eccola.
“Tutta la storia del rock, in un modo o nell’altro, deriva da quel che
accadde nel Sun Studio di Memphis tra il luglio del 1954 e il luglio del
1955, quando Elvis Presley cantò con tutta la purezza del mondo That’s All
Right Mama, Blue Moon Of Kentucky, I Don’t Care If The Sun Don’t Shine,
Mystery Train, Good Rockin’ Tonight e un’altra decina di canzoni che in
realtà erano state scritte e suonate da altri prima di quei giorni. Eppure
nessuno, nessuno, le aveva riempite di rivoluzione come fece Elvis, che da
quel momento iniziò a liberare il nostro corpo con il suo corpo, attivando
un’impressionante serie di reazioni a catena. La nascita del rock’n’roll
non è un fatto esclusivamente musicale. Senza Elvis sarebbe rimasto un punto
di svolta meramente sonoro, fusione tutto sommato possibile di country e
rhythm’n’blues. Ma quel ragazzo del Sud che ancheggiava come un ossesso
offrì uno strumento tangibile a un bisogno di liberazione fino ad allora
latente, cantando da nero la musica dei bianchi, in un periodo in cui i due
emisferi erano rigorosamente separati. E mentre lo faceva, dimenava le gambe
e il bacino riempendo l’intero schermo di una tv con un ghigno che
reclamava lo spazio per affermare “ci siamo anche noi!”. Ciò che oggi può
apparire ingenuo e innocente, al tempo risultava sovversivo e scandaloso. Il
rock’n’roll, come forma totale di ribellione, deflagrava in un contesto
di rigidissima formalità.
Negli studi della Sun, il giovanotto vestì i panni dell’incoscienza
giovanile e li tramutò in dinamite pronta ad esplodere. Quando si accese la
miccia, con l’innovativo apporto ritmico di Scotty Moore, chitarra, e Bill
Black, contrabbasso, e delle mani ansiose di Sam Phillips, talent-scout e
discografico alla ricerca della sacra scintilla, allora venne giù il mondo
intero. Lo stesso Phillips, che sperava di trovare qualcosa di diverso,
rimase scioccato dalla diversità di Elvis, tanto grande e speciale da
sfuggirgli di mano nel giro di pochi mesi. Prima del passaggio alla RCA, con
cui produrrà i suoi grandi successi planetari, l’Elvis appena ventenne
delle session Sun fu assolutamente immacolato. E resterà insuperato.”
A Elvis abbiamo anche dedicato, sempre nel n.5, un entusiastico articolo di
venti pagine, con tanto di copertina. E questo perchè il “Mucchio
Extra”, del quale sono ideatore e direttore, è - come da sottotitolo - un
“Trimestrale di approfondimento musicale” che nulla ha da spartire con le
tante rivistucole che infestano il mercato. Io ho 43 anni e “studio” il
rock da oltre trenta, così come fanno tutti i miei più o meno “anziani”
redattori e collaboratori, e il nostro obiettivo è cercare di diffondere
musica buona, onesta e sincera, al di là delle trappole del mercato e delle
convenzioni. L’articolo incriminato (tutto l’articolo, intendo) è un
episodio “una tantum”, forse discutibile ma anch’esso sincero. Sul
valore assoluto di Elvis siamo comunque perfettamente d’accordo con voi: il
nostro intento non era offendere il Re nè dissacrarne gratuitamente il mito,
ma manifestare il nostro disappunto per come la persona, l’artista e il
mito stesso siano stati duramente provati dalle circostanze che tutti ben
conosciamo (delle quali Elvis è stato la prima vittima). Inoltre, ci
tenevamo a far capire a eventuali neofiti che accostarsi a Elvis partendo da
certi album può dare del Nostro un’immagine fortemente distorta.
Questo è quanto. Mi scuso per la lunghezza, ma ci tenevo a essere chiaro e
anche a far notare che non ero “a corto di argomenti” come qualcuno di
voi ha scritto. È vero, ho risposto personalmente a tutti coloro che mi
hanno inviato un messaggio al mio indirizzo usando uno schema fisso, ma a
esso ho di volta in volta apportato piccole modifiche per adattarlo alle
singole considerazioni: nessuno mi pagava certo per farlo, ma pur non
conoscendovi ho ritenuto giusto spiegare le mie ragioni - da appassionato ad
altri appassionati - anche se non siete lettori della mia rivista e
probabilmente non lo sarete mai (peccato, però: l’articolone su Elvis del
numero 5 vi piacerebbe... che dite, 80.000 battute di testo sarebbero troppe
per entrare nel forum?).
Grazie per l’attenzione
Federico
Guglielmi
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