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TAKE MY HAND, PRECIOUS
LORD La
morte di Elvis Presley
di
Roberto Fiore
Negli ultimi periodi della sua vita Elvis viveva in uno stato
ipocondriaco, quasi sempre rintanato nella sua camera a Graceland, afflitto
dall’angoscia e profondamente minato dai tanti problemi di salute aggravati
dall’uso indiscriminato di innumerevoli farmaci psicoattivi.
Nel luglio 1977 era tormentato anche dal tradimento dei suoi vecchi
amici-dipendenti, che una volta licenziati, risposero con un libro molto
infamante nei suoi confronti Elvis: What Happened?.
Il 31
luglio arrivò a Graceland la figlia Lisa, per una vacanza di due settimane.
Elvis non faceva che parlare del suo prossimo tour, che sarebbe iniziato il 17
agosto a Portland; il suo ultimo concerto risaliva al 26 giugno, a Indianapolis.
Pare che avesse voglia di rinnovare il suo show, ormai divenuto ripetitivo e
stantio, aggiungendo nuove canzoni e nuovi arrangiamenti. Allo stesso tempo non
faceva nulla per mettere in pratica questi propositi, e le giornate scorrevano
meste e sempre uguali, continuando a rinviare fino a pochi giorni dall’inizio
del tour la dieta che si riproponeva di intraprendere per recuperare una certa
forma fisica.
Il giorno 15 agosto Elvis si svegliò verso le 16:00 (soffriva di
insonnia e in genere dormiva solo di giorno grazie ai sonniferi), guardò un
po’ la televisione e alle 22:30 andò dal dentista assieme alla sua fidanzata
Ginger Alden; la travagliata relazione fra i due provocava ad Elvis non poche
sofferenze. Difatti al ritorno dalla seduta, era passata la mezzanotte, i due
ebbero delle discussioni, ma poi Elvis si calmò e i due iniziarono finanche a
parlare di matrimonio.
Verso le 02:15 Elvis telefonò al dott. Nichopoulos (suo medico
personale) chiedendogli dei farmaci per alleviare un dolore ai denti conseguente
alle otturazioni effettuate nella serata, e le medicine gli arrivarono poco
dopo. Erano ormai passate le
quattro quando a Elvis venne voglia di giocare a squash (non sorprendano gli
orari: Elvis aveva ritmi di vita assolutamente irregolari); chiamò quindi Billy
(suo cugino) e Jo chiedendogli di venire da lui per giocare assieme a Ginger.
La
partita duro poco, anche perché Elvis si ferì lievemente. In seguito si fermarono nel salottino adiacente il campo da
squash ed Elvis cantò qualche canzone al pianoforte, concludendo con Blue Eyes
Cryng in The Rain, un brano del 1947 cantato da Roy Acuff; questa canzone era
stata interpretata da Elvis nell’album From Elvis Presley Boulevard del giugno
1976.
Tornati a casa Elvis si lavò e chiacchierò con gli amici, come il
solito ritornò il tema del prossimo tour, che doveva essere esplosivo. Intanto
Ricky Stanley portò il primo dei tre pacchetti di medicine che Elvis
abitualmente prendeva per dormire, sotto la prescrizione del dottor Nichopoulos.
Elvis era ancora sveglio quando nella mattinata gli giunse il secondo pacchetto
di somministrazioni, mentre il terzo lo ricevette verso le 13:00; le sue
intenzioni erano di rimanere a letto fino al tardo pomeriggio, ma poco dopo
disse a Ginger che andava in bagno.
Ginger si alzo verso le 13:30, si lavò nel proprio bagno, quindi andò a
bussare a quello di Elvis, meravigliata del fatto che non fosse ancora tornato.
Non ottenendo risposta aprì la porta e trovò Elvis riverso per terra privo di
sensi (probabilmente era già morto), e in preda al panico corse a chiamare
aiuti. Subito accorsero soccorsi, fra cui il padre Vernon, ma Elvis non pareva
riprenderesi nonostante la respirazione bocca a bocca; attorno al suo corpo
c’erano ormai una decina di persone sbigottite. In quel caos era presente
anche Lisa, ma per fortuna gli fu impedito di vedere il padre in un momento così
tragico. Pochi minuti dopo arrivò l’ambulanza che giunse all’ospedale verso
le 14:55 (ventidue minuti dopo la prima chiamata): era pronta la sala di
rianimazione, ma purtroppo i medici costatarono che non vi era più nulla da
fare. Joe Esposito chiamò dall’ospedale il colonnello Parker, che reagì
freddamente preoccupandosi subito di sbrigare faccende organizzative tipo
l’annullamento del tour e altre incombenze; a Joe spettò anche il terribile
compito di comunicare la notizia a Priscilla, ex moglie di Elvis. La
comunicazione ufficiale della morte fu data dall’amministratore del Baptist
Memorial Hospital Maurice Eliott alla stampa che ormai iniziava ad accalcarsi
attorno all’ospedale.
Sul corpo di Elvis fu effettuata l’autopsia, ma paradossalmente mentre
la stessa era ancora in atto, fu convocata una conferenza stampa dai medici
dell’ospedale in cui gli stessi dichiaravano che la morte era sopraggiunta in
seguito ad un’aritmia cardiaca dovuta a battito irregolare. Intanto
l’autopsia proseguiva, e furono osservate serie patologie a carico del cuore,
del fegato e dell’intestino. I risultati ufficiali dell’autopsia smentirono
le affrettate conclusioni cui si era giunti in conferenza stampa, rivelando
invece che la morte era dovuta all’abuso di farmaci. Nell’organismo di Elvis
furono rilevate ben quattordici sostanze, molte delle quali oltre il limite di
tolleranza relativo a fini terapeutici. E’ facile arguire quale possa essere
stato l’effetto combinato di tanti farmaci in quantità così elevate; si
pensi che anche una sola di queste, la codeina (riscontrata in quantità dieci
volte superiori alla dose terapeutica) sola avrebbe potuto provocare la morte.
Quindi i motivi della morte di Elvis sono ben chiari e difficilmente
contestabili.
Stranamente però non fu modificata l’iniziale diagnosi riferita in
conferenza stampa, e questo fu solo uno dei primi atti di una vicenda
lunghissima, concernente la morte di Elvis, che ha portato nel corso degli anni
alla formulazione di infinite teorie e ricostruzioni quasi fantasiose… Si
pensi che ancora negli anni ottanta, una rivista inglese offriva un milione di
sterline a chi avesse portato Elvis vivo nei propri uffici!
Vernon espresse la propria volontà di far officiare la cerimonia in casa
dal Reverendo Bradley, con l’accompagnamento di musica gospel.
Verso mezzogiorno del 17 agosto la salma fu riportata a Graceland, per
essere esposta ai fan per tutto il pomeriggio; quando le visite furono sospese
c’erano fuori dei cancelli di Graceland oltre 10.000 persone isteriche che non
erano riusciti a vedere Elvis. Oltre a tutti gli altri parenti ed amici di buon
mattino era giunto da Portland anche il colonnello Parker, che non volle vedere
la salma, ma chiese a Vernon di discutere di problemi urgenti riguardanti gli
affari, ora che la gallina d’oro era scappata via con tante incombenze ancora
in sospeso. Il padre di Elvis ascoltò sofferente e distante i progetti del
colonnello. A parte James Brown, nessuna celebrità si fece notare in questa
giornata ma questo, sappiamo tutti, ad Elvis non sarebbe interessato nulla: per
lui contavano solo i suoi fan: quelli che lo avevano amato tanto senza mai
abbandonarlo per tutti quei lunghi anni.
Il rito funebre fu celebrato alle 14:00 del 18 agosto; fra gli invitati
c’era James Blackwood che cantò una toccante How
Great Thou Art, e Jake Hess che eseguì Know Only To Him, due
canzoni bellissime che facevano parte anche del repertorio di Elvis.
Il corteo funebre fu imponente con un carro bianco e diciassette Cadillac,
ai lati della strada allineate circa ventimila persone; Elvis fu sepolto nel
cimitero a pochi metri da sua madre Gladys.
Pochi giorni dopo la sepoltura avvenne un tentativo di trafugare la
salma, e il 27 ottobre le spoglie di Elvis e di sua madre furono traslate a
Graceland, nel giardino della meditazione. Meno di due anni dopo, minato da
problemi cardiaci morì Vernon, e venne sepolto accanto ai suoi cari.
La famiglia Presley si era nuovamente riunita, per riposare per sempre in
pace.
LE DATE DEL TOUR CHE ELVIS NON INTRAPRESE
MAI
Agosto 1977
17 - Portland (Maine)
18
- Portland (Maine)
19 - Utica (New York)
20 - Syracuse (New York)
21 - Hartfort (Connecticut)
22 - Uniondale (New York)
23 - Lexington (Kentucky)
24 - Roanoke (Virginia)
25 - Fayetteville (Tennessee)
26 - Asheville
(North Carolina)
27 - Memphis (Tennessee)
28 - Memphis (Tennessee)
Tutti
gli eventi sono narrati sulla base del libro di Peter Guralnick
"Amore senza freni" (Baldini Castoldi Dalai editore, 2004).
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