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ELVIS
COUNTRY (gennaio 1971)
di
Roberto Fiore
Una
delle più grandi session della carriera di Elvis è quella dipanatasi dal 4
all’8 giugno 1970 a Nashville.
Le
ultime session in studio risalivano al 1969 all’American Studios (quelle di
Suspicious Minds), ma nonostante i risultati stratosferici ottenuti in
quell’occasione, nel 1970 si cambiò registro.
Anche
per i concerti era un periodo di riposo, l’ultimo show risaliva al primo
marzo a Houston e il successivo sarebbe stato solo 10 agosto a Las Vegas.
Innanzi
tutto Elvis ebbe a disposizione uno studio modernissimo a 16 piste (Elvis in
passato aveva registrato anche con 4 piste), Feton Jarvis era diventato il
suo produttore in pianta stabile e infine ad accompagnare Elvis arrivò un
combo di bravissimi musicisti.
James
Burton e Chip Young alla chitarra, Norbert Putnam al basso, Jerry Cardigan
alla batteria, David Briggs al piano e Charlie McCoy all’organo… questa
formazione ebbe una grande parte di merito nell’aver registrato alcune
delle migliori canzoni di sempre di Elvis. Per
fare qualche esempio in queste session abbiamo brani come I’ve lost You,
The sound of your cry, bridge over trobled water, how the web was woven, you
don’t have to say you love me… etc…
Lasciamo
raccontare a Peter Guralnick “Iniziarono la quarta serata con un’altra
delle composizioni fastidiosamente indistinguibili (When I’m over you, ndr),
poi Elvis cambiò improvvisamente marcia e si lanciò in un’appassionata
versione di un hit del 1954 di Eddy Arnold, I really don’t want to know,
che era stata scritta da uno degli autori preferiti di Elvis, Don Robertson.
Con quel brano la session prese un andazzo completamente diverso, ed Elvis e
la band si cimentarono in un classico country dopo l’altro quasi come se
tutti non avessero aspettato altro che arrivasse un simile momento”.
Ecco,
l’album Elvis Contry nacque quindi quasi casualmente, per puro
istinto, senza che non fosse stato previsto niente con precisione. Un album
dedicato quindi alla musica contry, un genere che Elvis aveva sempre amato e
che aveva affrontato sin dalle sue primissime incisioni.
In
un ambiente così favorevole, pieno di ottimi musicisti entusiasti, un Elvis
al massimo della forma e che canta con un’incredibile passione e
convinzione (non a caso molti brani sono buoni già ai primissimi take),
l’ala protettiva di Felton Jarvis… l’album non poteva che essere un
capolavoro.
Parlando
di That’s the way it is
avevo scritto “la voce di Elvis si erge imponente su un tessuto sonoro
avvolgente e domina con la sua magnificenza ogni canzone. Forse qui sono
davvero raggiunti i vertici canori di Elvis, la sua immedesimazione nelle
canzoni è assoluta, c’è qualcosa che brucia nella sua anima, ed egli si
dona completamente”. Non a caso stiamo parlando dello stesso periodo e
quindi ripresento questo concetto. E’ un piacere ascoltare un Elvis così
perfetto, che canta su livelli che non avrebbe più raggiunto negli anni
seguenti.
Parliamo
un po’ dei brani in ordine sparso.
It’s
your baby, you rock it
è l’unico brano originale, mentre i restanti sono delle cover di brani
prevalentemente country. Se in alcuni casi la band decide di approcciarsi ai
pezzi secondo gli schemi del country classico e puro (ad esempio little
cabin on the hill, un gioiellino) molto spesso possiamo ascoltare brani
totalmente reinterpretati con uno stile molto dissimile e inaspettato.
Ovunque nell’album, come scrisse all’epoca la rivista Billboard, si
respira un profondo southern flavor.
Abbiamo
l’incedere sontuoso e melodrammatico di Tomorrow never comes che
prosegue in un continuo crescendo, brani dal sapore blues (funny how time
slip away) o brani che se non fosse per il testo potrebbero essere quasi
gospel (there goes my everything).
Il
vertice assoluto dell’album è I really don’t want to know, un
brano scritto da Don Robertson, autore di cui Elvis aveva già cantato
canzoni tipo I’m counting on you.
Che
dire di I really don’t want to know? Stupendo,
esordisce il piano di David Briggs, poi, da quando Elvis comincia a
cantare… Oh
how many arms have held you, And hated to let you go…
si capisce che è una delle sue più belle interpretazioni, da brividi.
Poi
abbiamo la leggendaria Whole lotta shakin’ goin’ on, qualcuno
poteva permettersi di toccarla dopo la versione perfetta offerta da Jerry Lee
Lewes? Elvis, naturalmente! La versione offerta è incredibile, la band
reinterpreta il pezzo senza sfiorare quel sound nostalgico r & r che si
poteva rischiare suonando nel 1970… il risultato è eccellente, dominato
dal basso ossessivo Norbert
Putnam e dalla batteria selvaggia di Jerry Cardigan.
Negli anni successivi Elvis ne avrebbe offerto una versione live più
tipicamente r & r, altrettanto bella, ma meno geniale di questa
registrata a settembre (insieme a snowbird, è un brano registrato
quindi tre mesi dopo le session di cui vado parlando).
La
cosa curiosa è I was born about 10,000 years ago che lega ogni brano
dell’album, venedo così spezzettata e creando un effetto stranissimo.
Chiude
l’album una classica love song come make the world go away… ed è
proprio la sensazione e il desiderio che si prova: lasciare il mondo andar
via e abbandonarsi alla magica musica di Elvis Presley.
Un
album leggendario, secondo alcuni l’ultimo grande album di Elvis. Raggiunse
il n. 12 nelle chart. Nel 2008 esce la lussuosa versione della FTD: formato 7
pollici per due CD contenente ben 40 tracce fra originali, take alternative
e master undubbed.
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