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HIS HAND IN MINE (novembre 1960)

di Roberto Fiore

 

Questo disco – diciamolo subito fra i più belli in assoluto nella discografia di Elvis - fu registrato in una sola notte, quella del 30 ottobre 1960.

Dopo il recente congedo e gli album Elvis is Back e G.I. Blues Elvis ritornò ad uno dei suoi più grandi amori, ad una musica bellissima e liberatoria… il gospel.

Si trattò di un ritorno perché, in effetti, aveva già cantato dei gospel stupendi nel 1957, con l’EP Peace in the valley.

In queste registrazioni di tre anni posteriore l’ispirazione riaffiorò in maniera naturale e tutti si lasciarono andare durante la session, tanto che, come disse Gordon Stoker dei Jordanaires, a un certo punto sembrò di essere in chiesa durante una funzione.

Questo disco può certamente considerarsi un omaggio di Elvis a quella musica che tanto lo aveva ispirato, fin da quando piccolissimo si recava alle funzioni con i propri genitori… un tempo ormai lontano per lui, ma ancora tanto amato, con i ricordi di quei quartetti vocali classici degli anni quaranta che fortemente fecero sentire la loro influenza in questa session.

L’entusiasmo contagioso e l’emozione di Elvis sono palpabili e questo rende le canzoni di His hand in mine uniche, perché meglio di mille biografie colme di idiozie, ci raccontano dell’animo e della sensibilità di un uomo profondamente religioso.  E’ questo un disco-compendio dei più bei gospel della tradizione americana, e un’opera in cui Elvis si offre totalmente, riuscendo a cogliere il significato più puro della musica gospel: un atto catartico con cui gli uomini cercano di avere un contatto con la divinità.

Scorrono magnifici standard degli Statesmen di Jake Hess (uno degli artisti più amati da Elvis); fra questi la più toccante è Know only to Him (non dite di conoscere la voce di Elvis se non avete ascoltato questa canzone). Questa composizione fu eseguita personalmente da Jake Hess al funerale di Elvis quale solenne addio al Re.

Vi sono altri brani molto intensi e raccolti, in cui la voce di Elvis commuove: In my father's house, He knows just what i need, If we never meet again...

Poi ci sono i gospel movimentati e trascinanti, quelli che fanno istintivamente battere i piedi e schioccare le dita: I’m gonna walk dem golden stairs, Joshua fit the battle, Swing down sweer charior, Working on the building (quest'ultima la più travolgente, e si pensi che fu l'ultima canzone registrata nella session, ormai al mattino!).

In queste composizioni i Jordanaires danno il massimo, il loro apporto vocale alla session è notevolissimo e senza di loro sicuramente i risultati sarebbero stati inferiori. Viene quasi voglia di chiamare il disco ELVIS & THE JORDANAIRES.

L’album ha una perfetta omogeneità fra brani in esso contenuti e l’ispirazione è ai massimi livelli. Sembra impossibile che solo pochi mesi prima Elvis avesse registrato una colonna sonora di canzoni piacevoli e niente di più come G.I. Blues; ma queste ultime era quelle che il Colonnello e il mercato richiedevano: G.I. Blues ebbe un successo immensamente superiore a quello dell’album gospel…

Questa grande session del 30 ottobre rappresenta dunque una delle ultime occasioni nei sixties in cui Elvis ebbe la possibilità di fare quello di cui aveva davvero voglia, lontano da qualsiasi costrizione. Troppo spesso in seguito egli sarà invece vittima di logiche commerciali a cui non ebbe la forza di opporsi.

His hand in mine raggiunse il tredicesimo posto nelle chart. Fra le canzoni della session ve n’era una che a Elvis non piacque molto… Cryng in the chapel, quindi rimase fuori dell’album. Cinque anni dopo fu ripescata quasi casualmente e arrivò al terzo posto in classifica  vendendo quasi due milioni di copie.